lunedì 16 giugno 2008

16 maggio 2008, lunedì. Ritorno a Bologna

Ad Amsterdam le chiappe sono ormai piatte. All'aeroporto di Shiphool la coincidenza per Bologna parte quasi tre ore dopo, trovo il pupazzino per Sofia e i tulipani per Manuela, perdo un poco di tempo nel negozio di elettronica dove non mi pare di vedere prezzi particolarmente invitanti e in quello di gadget dove comunque non c'è nulla che valga veramente la spesa.

Imbarco e volo per Bologna tranquilli. Arrivo a Bologna con le nuvole e trovo Manuela ad aspettarmi.

Anche se mi è dispiaciuto lasciare le montagne di Iringa e Gianfranco, che comunque rientrerà tra 15 giorni, sono contento di riabbracciare Manu e non vedo l'ora di andare a prendere Sofia all'asilo e di prenderla in braccio.

Stiamo realizzando un progetto molto impegnativo ma credo che ne valga la pena, anche se le difficoltà da affrontare sono notevoli sia vista dall'Italia che dall'Africa. I prossimi mesi saranno densi di cose da fare.

domenica 15 giugno 2008

15 giugno 2008, domenica. Dar Es Salaam

Mi sveglio alle 7, riordino le mie borse vado a fare colazione. Non c'è nessuno. La situazione si rianima verso le 8 quando inizia ad arrivare gente per la messa. Facciamo colazione assieme e usciamo per andare da padre Luciano che ci accoglie sotto il pergolato della Nazareth House. Se non fosse per il disordine ed i cantieri vicini (stanno realizzando un grosso edificio governativo proprio a confine) sarebbe anche un bel posto. Un venticello lieve rinfresca la mattina invernale, ci sono una ventina di gradi. Padre Luciano ci comunica che il camion che abbiamo ordinato è già pronto, manca solo la targa che dovrebbe arrivare entro la fine della settimana assieme al bollo e alla assicurazione. Speriamo quindi entro il prossimo fine settimana di poterlo avere in cantiere, per il toyota nuovo dovremo aspettare fino a settembre salvo rinunce.

Gli racconto per sommi capi che tipo di attività logistica ci aspetta per il prossimi due anni e lui si da disponibile per aiutarci nelle pratiche di sdoganamento. Presto dovremo servirci di lui per la spedizione del materiale della TAC per il Bugando M.C. Di Mwanza e per il materiale necessario al cantiere di Madege.

Ci salutiamo e rientriamo al Kurasini per incontrare John Asgedom che nel frattempo ci aveva detto di raggiungerlo nel suo ufficio alla T.E.C.

Entriamo nel suo ufficio dove l'aria e gelida a causa del condizionamento, John cia acoglie invece calorosamente, come sempre. Ci comunica che l'incontro con l'ambasciatore Italiano, al quale sperava che potessi partecipare anche io, è stato ieri sera e che quindi cercherà di organizzare qualcosa per il rientro di Gianfranco a fine mese.

Riepiloghiamo la documentazione che occorre per la registrazione di Solidarietà in Tanzania e per la richiesta dei permessi relativi all'impianto di Madege, mentre per i Bugando non occorre altro in quanto ha già provveduto lui a suo tempo.

Assieme a Marco concordiamo ancora una volta sulla necessità di dotarci, come O.n.G. Di una struttura organizzativa qui ed in Italia, qualne necessario investimento per non perdere le opportunità che abbiamo proprio in quanto O.n.G. E per evitare il rischio di non riuscire a gestire al meglio le risorse che Monari, che era assolutamente refrattario a qualsiasi forma di burocrazia, ci ha lasciato per completare i progetti da lui cominciati.

Ci congediamo da John dandoci appuntamento per cena al Kurasini.

A questo punto siamo liberi da altri impegni e decidiamo di andare a vedere se il centro commerciale che è nel quartiere delle ambasciate è aperto la domenica per fare alcuni acquisti e magare dare a Marco ed Annamaria che domani dovranno riaffrontare il viggio da Dar a Maguta di mmettersi avanti e risparmiare tempo.

Percorriamo il bellissimo lungomare delle ambasciate punteggiato di grandi palme che fiancheggiano la grande spiaggia bianca, fino ad arrivare all'”Oyster Bay Shopping Cener” che come ogni buon centro commerciale di livello internazionale è aperto anche la domenica. Facciamo i nostri acquisti con la solita aria condizionata da congestione e troviamo anche il tempo di visitare un bel negozio di souvenir gestito da indiani che appena vedono Annamaria le riconoscono subito e la salutano gentilmente, nonostante sia venuta qui una sola volta più di un anno fa; d'altra parte se anche la volta scorsa hanno lasciato qui quello che lasciamo adesso sono sicuro che rimarremo impressi!

Usciamo che ormai è ora di pranzo e come previsto andiamo all'Arca di Noè, il ristorante italiano gestito da un romano trapiantato qui a Dar e dove ormai gli amici di Solidarietà sono di casa ogni volta che passano da Dar.

Mangiamo della buona pasta cotta al dente e una enorme griagliata mista di pesce ottimo con il pane appena sfornato che abbiamo comperato al centro commerciale.

Dopo mangiato andiamo al mercato del legno per comperare gli animaletti per le bomboniere che Carlotta mi ha chiesto di cercare.

Non abbiamo neppure finito di parcheggiare la macchina che già abbiamo attorno una piccola folla di amici che chi mostrano i loro prodotti e ci invitano a vedere la loro bottega. Appena si sparge la voce di quello che stiamo cercando, ognuno mi porta glia animali che ha da farmi vedere; un delirio!

Finalmente trovo quello cerco: dei piccoli animalini intagliati e colorati, sono confezionati in sacchettini di plastica trasparente che ne contengono 10 assortiti. Inizia la contrattazione efficacemente condotta da Annamaria che si mostra abile mercante e che spunta un prezzo che quasi porta alle “lacrime” il nostro venditore. Non credo che vendano tutti i giorni 50 oggetti tutti in una volta, anche se questo è un mercato molto frequentato e non solo da turisti ma anche da commercianti europei in caccia di oggetti per i negozi etnici. Credo comunque che abbia fatto un buon affare, in fin dei conti a me i 50 animalini di legno costeranno circa 46 €uro che non sono molti mentre per loro 85.000 scellini sono una cifra interessante nonstante l'inflazione e la “base d'asta” fosse partita da ben 125.000 Tsh.

Comincia a piovere! Anche questa volta ci è andata bene, non credo che debba piovere molto prima che il mercato di trasformi in un pantano.

Abbiamo ormai completato tutti i nostri giri e possiamo rientrare in camera a riposarci un po, tutti dovremo affrontare un viaggio di rientro piuttosto impegnativo.

Alle 7:30 ci troviamo per andare a cena ma veniamo distratti da un ritmo caraibico di fiati e tamburi, andiamo a vedere: è un matrimonio, evidentemente si tratta di famiglie piuttosto benestanti, la sala è sontuosamente addobbata e la sposa arriva a bordo di un BWX X5 (qui a Dar non ne ho visto ancora uno) vedo anche qualche targa diplomatica. Dopo 20 minuti di cerimonie e canti la sposa non è ancora scesa dalla macchina! Noi andiamo a cena, io ormai sto già pensando al viaggio di ritorno.

Alle 20:30 carico le valige per andare all'aeroporto, di Jhon nessuna traccia, chiamo per salutarlo, si scusa si era dimenticato di un impegno precedente, poco male, lo saluto e gli assicuro che provvederò a fargli avere ciò che ha chiesto al più presto.

Siamo ormai all'aeroporto, scarico le valigie e saluto Marco, Annamaria e William ringraziandoli di avermi accompagnato fino qui un'ultima raccomandazione per Gianfranco e mi avvio al check-in.

Faccio gli ultimi acquisti e nel negozio di souvenir trovo le buste con i 10 animaletti a 12 dollari l'una, considerando che io le ho pagate poco più di 9 euro il mio amico al mercato del legno ha fatto un buon affare, io sono comunque soddisfatto dell'acquisto.

Superati tutti i controlli mi siedo in sala d'attesa e chiamo Marco per dirgli che è tutto a posto e che possono rientrare visto che anche il loro viaggio di domani non sarà meno impegnativo del mio.

Imbarco e decollo puntuali, aereo nuovo e abbastanza comodo, anche se comunque 8 ore seduto nella medesima posizione e per giunta nel sedile di mezzo mettono a dura prova le mie chiappe.

sabato 14 giugno 2008

14 giugno 2008, sabato. Da Maguta a Dar

Sveglia alle 6 e colazione. Marco e Annamaria sono già pronti gli altri sono invece un poco assonnati.

Facciamo colazione tutti assieme, Gianfranco si emoziona nel salutarmi ed è evidente che la causa di questa emozione non risiede nella mia partenza o nel fatto che lui resta in Africa, sono certo che il suo pensiero in questo momento è rivolto alla mamma. Superata l'emozione ci salutiamo mentre gli raccomando ancora una volta di ricordare sempre che è in Africa.

Alle 7 e un quarto siamo già per strada, la mattina è piuttosto fresca ed il celo è coperto, questa notte è caduta anche qualche goccia di pioggia, il che non guasta dovendosi mettere in viaggio su queste piste polverose.

Alle 9 e mezza lasciamo il fratello di William all'incrocio con la strada che sale ad Iringa, noi proseguiamo per Dar. C'è decisamente meno traffico di quello incontrato mercoledì scorso salendo e in breve percorriamo la strada giapponese e attraversiamo la valle dei baobab, lasciamo la valle del Ruaha per ridiscendere verso il parco del mikumi.

Arrivati al villaggio di Mikumi ci fermiamo al Tan Swiss, il lodge dove lunedì scorso ci eravamo accordati di incontrarci con monsignor Tarcisius. Infatti entrati nel parcheggio individuo subito un toyota della diocesi di Iringa dalla quale sta scendendo in quel momento proprio il vescovo. Un coordinamento perfetto, ci salutiamo fraternamente come al solito poi, dopo averci presentato le persone che lo accompagnavano entriamo e ci accomodiamo sotto la grande copertura in legno e paglia. Monsignore mi chiede notizie dei nostri lavori e di Gianfranco e parlando del progetto della scuola quando ribadisco che adesso bisogna proseguire, intendendo per reperire i fondi, mi risponde che in effetti ci sarebbe anche la necessità di progettare gli alloggi per i docenti. Forse pensa che la questione economica sia già superata...

La sosta in tutto dura circa una mezzora, tutti dobbiamo affrontare ancora metà del percorso.

Attraversiamo il parco con calma, nella speranza di vedere qualche animale. La pazienza viene in parte premiata, incontraremo una giraffa solitaria ma piuttosto vicina alla strada e tre famigliole di elefanti una delle quali attraversa la strada poco davanti a noi, con la calma di che sa che non ha nulla da temere. Poco prima di uscire dal territorio del parco incontriamo anche un folto gruppo di babbuini con anche i piccoli, alcuni sulla schiena e altri appesi sotto la pancia delle mamme. Sono piuttosto curiosi e alcuni sfacciati, soprattutto quando li stuzzichiamo con qualche grissino (anche se non sarebbe consentito).

Usciamo dal parco e in breve siamo a Morogoro dove decidiamo di fare soste per acquistare le cartoline (50) che ci ha chiesto Gianfranco.. Ritroviamo abbastanza facilmente il negozio dove Annamaria ricordava di avere trovato delle cartoline molto belle. In effetti sono foto belle e non troppo “cartolinesche” e l'indiano proprietario del negozio è piuttosto soddisfatto del nostro acquisto, evidentemente la diffusione dei cellulari ha un poco fiaccato il commercio di cartoline postali.

Ripartiamo alla volta di Dar Es Salaam che verso sera sembra essersi allontanata. Incrociamo un pick-up stracarico ragazzi urlanti che agitano rametti verdi salutando e cantando senza riuscire a capire il motivo di tanta allegria.

Arriviamo alle porte di Dar che ormai fa sera e rimaniamo bloccati nell'ingorgo causato dalla coda di camion in attesa della pesata, dove perdiamo quasi una mezz'ora. Poi il traffico riprende scorrevole fino a quando non imbocchiamo la Mandela Road. Qui c'è un caos d'inferno è tutto bloccato, il traffico è impazzito e i “Dala Dala” (i pulmini stradarichi di gente e scassatissimi onnipresenti in tutte le città della Tanzania) si buttano sulla fascia sterrata tra la strada ed il canale, poi qualche autista più temerario attraversa il canale per percorrere la fascia asfaltata che dovrebbe essere riservata a pedoni e biciclette. D'altra parte nessuna segnaletica indica che si tratta di una strada pedonale, infatti nesuno della folta folla di persone a piedi pare prendersela troppo per queste invasioni, salvo un solo personaggio che imprecando e gesticolando, pare ben determinato a difendere i suoi diritti di pedone e a non cedere il passo alla vettura che lo tallona a pochi centimetri di distanza, almeno finchè qualcuno non gli dirà che dietro di lui c'è la macchina della polizia. Peraltro i poliziotti paiono piuttosto divertiti dalla curiosa situazione e non accennano ne a clacson ne a sirene ma se la ridono allegramente.

Finalmente qualcosa si sblocca e riusciamo ad arrivare al Kurasini dove, dopo 13 ore di viaggio per percorrere circa 620 chilometri dei quali circa 70 di pista sterrata, entriamo in possesso delle stanze.

Siamo ancora in tempo per la cena, è rimasto solo il riso un poco di spezzatino in umido e qualche pesce fritto, più che sufficiente data la stanchezza.

Comunque la mia schiena ha sofferto molto meno che all'andata anche se abbiamo fatto il viaggio in una unica tappa.

Mentre mangiamo ci raggiunge Padre Luciano della Nazareth House (la casa di accoglienza a Dar della diocesi di Iringa) che mi porta il biglietto aereo che gli avevo dato al mio arrivo a Dar per confermare il volo di rientro. Per le informazioni sui nostri veicoli dei quali sta curando l'acquisto ci vedremo domattina da lui. Per oggi basta così. Andiamo a letto.

venerdì 13 giugno 2008

13 giugno 2008, venerdì. Il Lukosi

Ore 6:30 sveglia

Voglio vedere il sole sorgere dietro le montagne mentre le nuvole salgono dal basso. Usciamo in fretta con Giuseppe e ci incamminiamo per la strada che da casa Maguta scende direttamente verso Lukosi e ci affacciamo a una delle prime curve sulla valle per goderci lo spettacolo. Il sole spinta da dietro il crinale di fronte a noi e i suoi raggi bucando le nuvole all'orizzonte le tingono di arancione sui bordi, mentra dal basso, dal fiume ai nostri piedi salgono le nuvole di umidità trascinata verso l'alto dall'aria scaldata dai primi raggi solari.

Appena il sole oltrepassa lo strato di nuvole all'orizzonte rientriamo per la colazione assieme agli altri.

Dopo la colazione Marco parte con la Toyota per seguire lo sbancamento alla parrocchia, Mario va in cantiere per avviare i lavori e seguire l'allestimento della carpenteria per continuare il getto dello scivolo, Annamaria assieme a Tafrigia (Taffi) e Innocentiza che sono arrivate nel frattempo, si apprestano a riordinare la casa e a preparare per il pranzo per il quale avremo ospiti il parroco di Madege e il suo vice. Gianfranco vuole iniziare a riordinare ed aggiornare il suo diario che ha qualche giorno di ritardo poi deve iniziare a curare la notevole corrispondenza che dovrà completare prima della fine del viaggio.

Io e Giuseppe decidiamo, su sua proposta, di andare a vedere le cascate del Lukosi un poco più da vicino percorrendo la tracciata da Marco e dai nostri amici per raggiungere la centrale elettrica.

Ci incamminiamo immergendoci immediatamente in un paesaggio e in un ambiente incontaminato e serenamente selvaggio nella luce del mattino. Scendiamo a piedo senza fatica fino ad arrivare in uno degli spiazzi che servono per tracciare i tornanti della strada, proprio di fronte alle cascate che scendono fragorosamente su lisce pietre oblique levigate dalla erosione. La stessa erosione che in una breve stagione di pioggia a scavato un solco di quasi quattro metri di profondità nella strada poche curve prima di quella dove ci fermiamo a fotografare. Proseguiamo scendendo verso valle dove guadiamo il Lukosi prima di arrivare sullo spiazzo della centrale elettrica. Di qui risaliamo per le ripide rampe tracciate da marco ma in questi caso realizzate interamente a zappa dai nostri ragazzi africani. Arriviamo sulla strada che fiancheggia la condotta dove alcuni operai stanno cavando la sabbia dal fianco della montagna per rifornire le betoniere. Completato l'anello in circa un'ora e mezza di strada a piedi siamo dinuovo in cantiere e saliamo sulle impalcature per seguire la preparazione della carpenteria. Intanto il celo si è un poco rannuvolato ma un leggero venticello ci conforta del fatto che difficilmente pioverà. Una bimbetta vestita di un grembiulino a quadretti bianchi e rosa sta giocando e schiamazzando in cima alla collinetta sopra la casa degli operai, appena mi giro per scattarle una foto si acquatta e sparisce in mezzo all'erba alta più di lei.

Per il pranzo arriva anche padre Ruben, il vice parroco di Madege, che viene intrattenuto da Marco che lo coinvolge in una surreale lezione sui dati tecnici della corazzata Bismark e dopo sugli aerei da combattimento. Pranziamo in serenità scambiando chiacchiere e idee.

Dopo mangiato Giuseppe mi accompagna assieme a uno dei nostri ragazzi a vedere dall'alto la parte della valle del Lukosi che sarà allagata dell'invaso della diga. Saliamo a piedi lungo i loro sentieri e veniamo subito superati da una donna dall'età indefinibile ma non certo giovane che sale a piedi nudi e ci saluta sorridendo. Arriviamo in cima all'altura che definisce una delle anse del fiume ai nostri piedi e che ci permette di vedere il panorama delle valli limitrofe a 360 gradi. Peccato che il cielo sia rannuvolato. Scendiamo sempre per i loro sentieri che questa volta percorrono il margine di un campo di grano turco lungo la linea di massima pendenza e infatti in breve siamo di nuovo dalle betoniere ai piedi della diga. Giuseppe raggiunge Mario per controllare le operazioni di getto mentre io salgo verso casa e sulla salita che porta alla spianata del cantiere incontro prima una mamma con la gerla in testa e un bambino che le trotta dietro, poi un gruppo di ragazzette e dopo ancora un altro gruppo di tre mamme con quattro bimbi, tutte accettano gentilmente le mie raffiche di scatti. Rientro per completare la lista della spesa e i promemoria per non dimenticare nulla nei prossimi giorni.

Domani mattina decidiano di partire da casa alla volta di Dar Es Salaam entro le 7 di domani mattina. Marco, Annamaria e William verranno a Dar praticamente per accompagnarmi, sono dispiaciuto che debbano farsi un viaggio di più di 1200 chilometri tra andata e ritorno a causa mia ma d'altra parte mi fa piacere muovermi in un ambiante che ancora mi intimorisce aassieme a persone che ormai lo conoscono molto bene. Avremo un'altro passeggero a bordo del nostro toyota (e anche di questo non mi dispiaccio, se non altro questa volta viaggerò su sedili più comodi), porteremo il fratello di William a Iringa.

Ceniamo tutti assieme allegramete raccontando episodi di viaggio e anddoti sulle reciproche esperienze in Africa.

Dopo cena facciamo un ultimo riepilogo prima di andare a dormire. Mi dispiace un poco lasciare qui Gianfranco ma credo che possa essere una buona cosa per lui avere la possibilità di immergersi in questa africa e nella attività di questo straordinario cantiere, mi sento di fargli una unica raccomandazione: ricordarsi di essere in Africa e che non siamo africani!

giovedì 12 giugno 2008

12 giugno 2008, giovedì. Il Cantiere

Ore 7 sveglia, ore 7:30 colazione.

Usciamo tutti assieme per assistere all'appello degli operai.

Dopo un breve saluto a tutti i nostri amici africani da parte del presidente, i capisquadra fanno l'appello e si comincia a lavorare (e qui sarebbe meglio dire "cominciano" a lavorare) dopo poco partono le betoniere e poi inizia la processione delle carriole per proseguire il getto dello scivolo. Portano le carriole di calcestruzzo sulle rampe delle impalcature correndo! Chiedo se lo fanno perché in cantiere ci sono i capo ma la risposta è negativa, fanno così normalmente. Facciamo un giro assieme a Mario e Giuseppe per vedere a che punto sono i lavori di costruzione dello sbarramento e poi salgo sui ponteggi anche io per fare alcune foto al cantiere. Mi colpisce il fatto che uno dei ragazzi che mi è stato presentato questa mattina come uno degli operai specializzati più giovani e promettenti, nel ridiscendere dalla rampa con la carriola vuota, la da ad ad un suo compagno e ne prende una piena strappandola letteralmente dalle mani di uno dei manovali in fila per aspettare il proprio turno, pur di farsi fotografare mentre ha la carriola piena. Io faccio finta di nulla ma è un episodio sul quale dovrò riflettere.

Intanto che aspettiamo Marco che ci accompagnerà in parrocchia con Giuseppe e William prepariamo la lista della spesa di tutte le attrezzature che dovremo inviare dall'italia in quanto quasi tutti gli attrezzi che si trovano qui sono cinesi e di pessima qualità dai badili con il manico corto che sono sempre da rimmaniacre alle cazzuole di una forma improbabile con le quali non si riesce a dare la malta alle carriole troppo alte e fragili che costringono ad una inutile fatica per portare meno materiale e che si scassano subito.

Se non riusciremo a trovare a Dar il materiale necessario, lo prenderemo in Italia metteremo nel continer assieme alle betoniere che in Tanzania costano tre volte quello che ci costano a casa.

Poi assieme a Marco andiamo alla parrocchia di Madege a conoscere il nuovo parroco. Incontriamo il vice, padre Ruben un africano di 40 anni che parla un buon italiano e che vorrebbe realizzare una casa dove ospitare le ragazze (quindicenni) che vengono a studiare nella scuola dei padri della consolata e che devono alloggiare negli "alberghi" che sono sorti li vicino proprio dopo la apertura della scuola ma che non offrono un ricovero sicuro e la possibilità di studiare in tranquillità; dovendo fare poi i conti con le scarse risorse disponibili hanno chiesto a noi (Solidarietà) se potevamo aiutarli a sbancare una collinetta dove dovrà sorgere la casa. Naturalmente Marco e gli altri amici si sono dati disponibili con la pala Fiat Allis guidata da un nostro operaio sotto la supervisione di Marco, hanno ormai ultimato il lavoro. Rientriamo per pranzo passando dal luogo dove si riesce a telefonare.

Oggi il convento passa spaghetti alla carbonara e cotechino (ma Annamaria ci assicura che non si mangia sempre così) per finire con una fetta di ananas.

Dopo mangiato scrivo le annotazioni della mattina scambiando idee e pensieri sull'africa e sul nostro modo di vivere con Annamaria poi vado al cantiere per scattare altre foto e fare un giro lungo il percorso della condotta assieme a Giuseppe. Rientriamo e appena torna Marco dalla parrocchia prendiamo il Toyota per andare a fare le telefonate e cercare di metterci in contatto con sorella Angela che segue il dispensario di Usokami dove non si riesce a telefonare e abita nel villaggio di Mapanda dove invece si riesce a chiamare ma i nostri orari non coincidono quindi cercheremo di comunicare con gli sms.

Ovviamente si raduna immediatamente un gruppetto di bambini incuriositi dalla nostra presenza e anche dal curioso gruppo quattro uomini bianche che hanno un gran da fare parlando con i telefonini ciascuno in piedi vicino alla macchiana ferma lungo la strada ma più probabilmente questi bimbetti sperano di poter quadagnare qualche "pipi" (caramelle). Sorrido e allora si avvicinano, prendo la macchina fotografica e allora scappano tutti ridendo, salvo i due più intraprendenti che si lasciano fotografare. Mostro loro la foto dal display della macchina fotografica e subito si mettono a ridere incoraggiando anche quelli che si erano allontanati ad avvicinarsi per guardare, scatto un'altra foto e questa nolta restano tutti per poi rivedersi e fare un'altra risata. Un'altra foto e un'altra risata... mi dispiace non avere nulla per loro se non le immagini delle foto scattate, mi guardano con occhi curiosi e pieni di speranza, senza chiedere nulla e senza insistere. Abbiamo finito le telefonate e dobbiamo rientrare, li saluto e loro ricambiano allegramente sorridendo.

Rientriamo per cena. Poi seguono le nostre chiacchiere sulle reciproche esperienze in Africa e con Monari.

Usciamo a rivedere le stelle, questa volta con il binocolo la luna è a metà e luminosissima e in questo buio non disturbato da luci artificiali si possono distinguere dettagli e stelle che altrimenti difficilmente sarebbero visibili. Bellissimo

mercoledì 11 giugno 2008

11 giugno 2008, mercoledì. Da Morogoro a Maguta

Ore 6:45

La notte trascorre tranquilla in questo angolo di paradiso disturbato solo dalla presenza della statale sulla quale viaggiano giorno e notte gli scassatissimi camion africani che fanno un rumore d'inferno.

Facciamo colazione assieme a padre Salvador e ai due ragazzi che alloggiano in seminario per studiare swahili nella vicina scuola di lingue luterana.

Azzardo un assaggio del formaggio africano rassicurato da Salvador sulla sua commestibilità anche per noi europei privi dei succhi gastrici africani e del fatto che secondo lui è molto migliorato anche come qualità. Onore alla buona volontà ma per mangiarlo conviene “correggerlo” con una abbondante glassatura del buon miele locale.

Ripartiamo e alle 8 siamo già per strada.

Viaggiare in Africa a bordo di una Toyota Land Cruiser seduti sulle panche posteriori non è affare da poco, soprattutto per chi come me è piuttosto sovrappeso e con la schiena rodata da anni di viaggi in moto. Non c'è scampo. Infatti se la strada è asfaltata il driver si sentirà autorizzato a lanciarso a 120 chilometri all'ora, velocità alla quale il rumore assomiglia a quello di un elicottero militare e le asperità dell'asfalto sono amplificate dalle balestre posteriori, costringendo i passeggeri che volessero conservare la salute della propria colonna vertebrale a notevoli esercizi fisici per ammortizzare le buche. Per non parlare dei rallentatori che sono piazzati ad ogni attraversamento pedonale e che sono dimensionati per rallentare i camion africani, carichi oltre ogni limite fisico, lanciati a velocità eccessive per i loro impianti frenanti, nel tentativo di salvare vite umane ed animali ma che tra la frenata prima, i sobbalzi durante e l'accelerazione dopo costringe ad altri esercizi fisici e ad una attenzione continua e concentrata per poterli affrontare in tempo.

Se invece si tratta di piste o di percorsi fuori strada, anche se ovviamente la velocità sarà molto più bassa, le buche sono molto più profonde ed i fondo nella migliore delle ipotesi in terra o ghiaia battuta, il risultato è comunque ua notevole fatica per evitare che le vertebre siano mescolate come un mazzo di carte.

In questo modo entriamo nel Mikumi National Park, dove i “rallentatori” sono disposti ogni pochi chilometri e realizzati nei modi e nelle dimensioni più vari.

Quest'anno di animali se ne vedono di meno, anche perché a giugno la vegetazione è molto alta. Per ora abbiamo visto solo un branco di giraffe (twiga) in lontananza.

Facciamo sosta al Mukumi Wildlife Camp che è circa a metà del percorso di attraversamento del parco.

Ci ristoriamo con una bibita e riprendiamo la strada verso Iringa. Usciamo dal parco aggiungendo al magro bottini di animali visti solo alcune gazzelle e gli immancabili babbuini, dopo alcuni chilometri il paesaggio inizia a cambiare e la strada ora scorre in una ampia valle dentro la quale si comincia pian piano a salire di quota. La strada si restringe e cominciano a sussegursi le prime curve.

Il traffico di camion e pullman sovraccarichi che prima venivano lanciati lungo le discese rettilinee a velocità gestibili solo dalla provvidenza, ora rallenta fino quasi a fermarsi, i sorpassi sono da brivido, e le orriere sembra che gareggino tra di loro: ogni compagnia pare gareggi per arrivare per prima alla fermata successiva.

Si entra poi nella valle dei baobab e le sporadiche macchie grigie che fino ad ora punteggiavano il verde del paesaggio si allargano fino a coprire completamente i rilievi che fiancheggiano il fiume rendendo la valle del Ruaha veramente suggestiva. Poi si comincia a ridiscendere fino al ponte alla confluenza del Ruaha con il Lukosi dove facciamo una sosta breve per sgranchirci le gambe e fare una telefonata poi proseguiamo. Il cippo con le bandiere del Giappone e della Tanzania ci indica l'inizio della ripida salita verso le highlands della regione di Iringa. Le rampe in cemento sono causa di una vera e propria ecatombe di freni e motori e conseguente slalom tra le frasche messe in carreggiata come segnaletica per indicare la presenza di un ostacolo; più sono grandi le frasche più è grave l'incidente o il veicolo in avaria. Su tutto vige comunque la cortesia degli autisti di camion e corriere i quali segnalano con gli indicatori di direzione e a colpi di clacson se è possibile o meno il sorpasso. Gli autisti dei camion rovinosamente finiti fuori strada e mezzi capovolti con il carico disperso intorno invece siedono sopra il loro rottame quasi con la stessa aria orgogliosa del cacciatore che siede sopra la preda; o forse è l'espressione stordita e soddisfatta di chi sa di essersela cavata per un pelo denza grosse conseguenze. Di queste scene nel viaggio da Dar a Iringa ne incontreremo almeno tre.

Terminate le rampe della strada giapponese si riprende la strada sull'altopiano, la qualità del manto stradale è inversamente proporzionale alla mole del traffico ma quello che preoccupa è che la velocità dei veicoli non segue la stessa proporzionalità, rimane elevata nonostante le buche, la dimensione e lo stato di usura dei veicoli. Le buche poi sono causa veri e propri balletti di quà e di là dalla linea che separa (o meglio separerebbe) i due sensi di marcia e quindi il più grosso fa di solito spostare il più piccolo e a parità di stazza ha la precedenza il primo che dà i fari. In tutto questo susseguirsi di buche, dossi, rallentatori, attraversamenti pedonali, veicoli in panne e veicoli capovolti è onnipresente la polizia vestita di bianco e dotata dell'immancabile strumento di rilevazione della velocità che assomiglia di più a un colabrodo che a un radar. I posti di blocco sono posizionati circa ogni due o tre attraversamenti pedonali (cen'è uno per ogni villaggio e per ogni incrocio con le direttrici laterali) e sono composti da tre o quattro polizziotti quasi mai dotati di veicoli di trasporto e se devono intervenire altrove sono costretti a “requisire” un passaggio fino al luogo di intervento. Ci sono poi, lungo il percorso da Dar a Iringa, almeno due posti di controllo con la bilancia per pesare camion e pullman con la solita scena di viaggiatori appiedati per sovraccarico del veicolo che cercano passaggi su altri mezzi altrettanto sovraccarichi.

Finalmente arriviamo a Iringa all'ora di pranzo e ci dirigiamo al piccolo ma accogliente ristorante musulmano dove troviamo ad aspettarci Marco e William, il capocantiere di Madege.

Incontrarli di nuovo qui in Africa è emozionante e ci scambiamo un saluto fraterno, poi ci sediamo e mangiamo bistecca con cipolle, pollo, omelette, riso, verdure e patate fritte. Quando abbiamo finito di mangiare lasciamo Gianfranco a riposarsi facendo quattro chiacchiere con Marco e William, mentre io e Mario andiamo a cercare informazioni sulla possibilità di avere un accesso internet con una PC-card mobile una volta che le compagnie telefoniche abbiano collegato alla rete i ripetitori in vista del nostro cantiere a Madege; rendendo in questo modo certamente molto più semplici e veloci le comunicazioni ma privando il luogo di una parte di fascino dovuta proprio al suo isolamento.

Otteniamo le informazioni che cerchiamo anche grazie alla gentilezza e disponibilità del proprietario di un negozio di alimentari dove Mario e gli altri amici di Reggio Emilia vengono a fare spesa, è un ragazzo sulla trentina che con la moglie gestisce un ordinatissimo chiosco dove è possibile trovare di tutto. Viene immediatamente spontaneo notare come in questi mercati convivano uno accanto all'altro caotici negozi dove tutto sembra accatastato malandato e anche piuttosto sporco e negozi ordinatissimi e pulitissimi dove tutto è esposto in bell'ordine e altrettanto si può dire dei gestori (anche se al colpo d'occhio sembra che il secondo tipo sia in minoranza). Torniamo dagli altri al ristorante e facciamo il trasbordo dei bagagli dalla macchina messa a disposizione dal vescovo alla nostra (finalmente dei sedili comodi) e diamo appuntamento a Mario che intanto va a fare il pieno di gasolio alla macchina delvescovo (che detto tra noi ci era stata data praticamente a secco), in arcivescovado dove la restituiremo nelle mani del segretario.

Giunti alla residenza vescovile chiamiamo il segretario, padre Peter Wissa che ci accoglie calorosamente. Dopo avergli esposto il programma ipotizzato con mons. Tarcisius a Dar decidiamo che possiamo guadagnare la giornata di venerdì se facessimo subito il sopralluogo sul terreno dove dovrà sorgere la Cagliero High School. In questo modo potrò restare a casa Maguta anche venerdì.

Ci trasferiamo quindi preceduti da padre Wissa all'istituto femminile Cagliero dove gli consegno ed illustro una copia del progetto; faccio un giro sul lotto scattando quante più foto possibili. Dopo esserci accomiatati da padre Peter ci mettiamo finalmente in strada per casa nostra dove arriviamo con il buio dopo avere attraversato le bellissime montagne di questa zona. Lasciamo William a casa sua ed arriviamo a casa annunciandoci con il clacson.

Ad aspettarci troviamo Giuseppe Tamagnini e Annamaria, la moglie di Marco che ci mostra le camere riordinate, imbiancate e sistemate per il nostro arrivo. Appoggiamo finalmente i nostri bagagli e ci sediamo a tavola dove Annamaria ha preparato degli ottimi bucatini ed una altrettanto buona zuppa, la cena rompe il ghiaccio e presto siamo subito tutti a parlare di Monari di Solidarietà del futuro immediato e di quello anteriore anteriore del nostro progetto; tra le altre cose consideriamo il fatto che questa casa in realtà non ha un nome e allora pensiamo che un nome giusto potrebbe essere Casa Monari.

E quindi usciamo a veder le stelle... la notte è limpida, la croce del sud è nitidissima e anche se siamo sotto un altro celo sono certo che la mamma ci segue comunque (papà e io avremmo voluto essere in questo posto incantevole assieme a te ma so che tu sei comunque qui con noi, ciao Annamaria, ciao mamma).

Una doccia calda ristoratrice e a letto.

martedì 10 giugno 2008

10 giugno 2008, martedì. Da Dar Es Salaam a Morogoro

Giornata di incontri e trasferimento.

Sveglia ore 7, colazione e saluti del vescovo. Carichiamo i bagagli e guidati da John andiamo alla ambasciata italiana dove ci accoglie Sonia, la responsabile amministrativa dell'ufficio cooperazione di Dar con una collega.

Dopo una sommaria esposizione della attività della nostra O.N.G. Sonia ci dice che questo ufficio a Dar esiste solo dal novembre scorso e che la loro attività consiste principalmente nel censire e coordinare le attività di cooperazione italiane in Tanzania e nel monitorare le attività che hanno ricevuto finanziamenti oltre che ha fornire il supporto necessario per accedere ai finanziamenti presso il governo della Tanzania, quello italiano e presso altre organizzazioni internazionali e della Comunità Europa. Ci scambiamo i riferimenti per poter inviare loro una scheda sulla nostra attività e per essere informati sulle attività di coordinamento svolte dall'ufficio. Potrebbe essere un canale utile e certamente ci serve per uscire dall'isolamento causato dalla scelta di autonomia fatta da Solidarietà.

è necessario salvaguardare tale autonomia operativa evitando l'isolamento che comporta il rischio di essere superati dagli eventi senza rendersene conto. Rischio che non possiamo correre soprattutto ora che abbiamo le risorse economiche per portare a compimento il nostro progetto. Ma non bastano le risorse economiche, occorre anche una struttura organizzativa che sappia gestirle al meglio, anche oltre gli aspetti meramente tecnici.

Certamente è stato un incontro utile, salutiamo Sonia (croata dall'accento romanesco) e la sua collega della quale non ricordo il nome (africana dall'accento romanesco).

Usciti dall'ambasciata salutiamo Asgedom che mi propone la possibilità di incontrare l'ambasciatore italiano a Dar al mio ritorno. Ovviamente per quanto di improbabile utilità immediata credo che possa essere un altro incontro utile per la nostra attività in Tanzania. (e pensando alla proposta fattami ieri da John di una collaborazione professionale per una attività di progettazione in Tanzania con la possibilità di impostare anche una impresa di costruzioni, credo che comunque ne possa valere la pena. Vedremo, John Asgedom è una persona in continuo fermento con moltissime idee, grande esperienza tecnica ed operativa in Africa e dice molte cose...).

Partiamo percorrendo la Mandela road che i cinesi stanno ampliando in una enorme arteria a due corsie ma africanamente priva di segnaletica relativa ai lavori con il risultato che su entrambe le corsie ci cono veicoli in entrambi i sensi di marcia ma lo spirito africano aiuta ed evitare che queste situazioni sfocino in insulti e litigi come facilmente sarebbe successo in Italia.

All'incrocio in prossimità del condominio bianco a righe verdi che ci fa da riferimento imbocchiamo la Morogoro road in direzione di ovest verso Morogoro appunto, dove incontreremo Padre Salvador del Molino.

Arriviamo in vista delle montagne di Morogoro all'ora di pranzo e ci fermiamo in un accogliente ristorante sotto una enorme e suggestiva copertura in tronchi e paglia e dove mangiamo un ottimo e tenerissimo spezzatino di manzo in umido con riso e un intingolo di carote patate e banane, molto buono.

Trascorriamo un paio d'ore discutendo delle necessità organizzative di Solidarietà in Tanzania ed in Italia e di come sia necessario cominciare ad occuparsi del dopo, quel dopo che alcuni amici in Italia non vedono o non vogliono vedere e che pure è ineludibile se non vogliamo che il progetto di Monari che ormai è anche nostro, fallisca dopo poco tempo dalla sua realizzazione, rendendo di fatto vani tanti sforzi, tanti sacrifici, tanto entusiasmo, tanta passione e tanta fatica.

Alle tre del pomeriggio circa entriamo all'Alamanno Seminary dei padri della Consolata di Morogoro dove incontriamo Padre Salvador.

Padre Salvador del Molino è uno di quei religiosi che essendo missionari nel senso più radicale del termine sono piuttosto critici rispetto alla dottrina ufficiale delle chiesa intesa come establishment. Per rendere la personalità può essere utile citare che parlando della teologia della liberazione il suo commento è stato osservare che ci vorrebbero molti più preti "rivoluzionari" disposti a mettere in discussione la dottrina ufficiale. Come per esempio relativamente alla dottrina sessuale in relazione alla lotta contro l'AIDS ma qui il discorso si allarga e si complica e dovrebbe essere opportunamente approfondito per non scadere nel luogo comune.

Ci accoglie calorosamente, il seminario e vuoto adesso, le lezioni sono finite a maggio, ci sono solo gli inservienti e due ragazzi africani che stanno studiando swahili. Anche padre Panero è in Italia (lo abbiamo incontrato alla casa dei padri della Consolata di Gambettola).

Veniamo invitati nella saletta da pranzo per un caffè che ci prepara padre Salvador in persona (rimpiangendo le donne che glielo preparano di solito).

Ci sediamo a tavola e cominciando dal racconto della nostra partecipazione alla celebrazione del giubileo della T.E.C. passiamo poi parlare del discorso tenuto dal primo ministro (quello che era seduto due file davanti a noi con le guardie del corpo) il cui tema, come ho letto il giorno dopo durante il volo a Mwanza, era la corruzione; di qui fatalmente passiamo a parlare dei problemi che assillano l'Africa e delle difficoltà di avviare attività di sviluppo che si possano realmente autosostenere e che non necessitino per mantenersi in vita di continui fondi e sostegni provenienti sempre e comunque dall'Europa o dai paesi sviluppati in mancanza dei quali inevitabilmente finiscono. Quindi Gianfranco espone animatamente le sue ansie per il futuro del nostro progetto che padre Salvador ci ricorda chiamarsi "Pane, Acqua, Salute, Istruzione e Lavoro". Salvador ci illustra con forza quali sono, secondo lui, i due punti base da non eludere per la riuscita del progetto che, ci dice, è bene non illudersi possa si concludere positivamente con la mera (!?) realizzazione dell'impianto iroelettrico. I due punti sono: 1) mantenere il controllo sulla gestione del progetto in capo a Solidarietà; 2) privatizzare quanto più possibile la fase applicativa evitando di affidarla in tutto o in parte ad entità amministrative e governative.

Quindi ipotizza la possibilità di dare la proprietà dell'impianto alla diocesi e di mantenere il progetto nelle mani di Solidarietà per lasciare la gestione di quante più attività possibile alle persone che se ne prendano la responsabilità. Ci porta l'esempio dei mulini, che una volta collegati alla rete potranno finalmente funzionare con motori elettrici anziché diesel e che per evitare che cadano in disuso o che vengano utilizzati male sarà opportuno dare in gestione a privati, lasciando che chiunque voglia e possa aprirne uno o convertire un munlino elettrico, evitando che invece diventi monopolio di pochi amministratori pubblici corrotti. La gestione tecnica ed amministrativa del progetto dovrà essere invece, secondo l'idea di padre Salvador (che qui è bene ricordare, fu uno degli ispiratori del prof. Monari nell'intraprendere questo progetto) affidata da Solidarietà a personale di SUA fiducia adegatamente preparato e responsabilizzato. Inoltre TUTTE le utenze cui verrà allacciata gratuitamente l'energia elettrica, dovranno avere il contatore e pagare una quota pur simbolica per l'energia consumata.

A questo punto si pongono evidentemente in maniera sempre più consistente due problemi operativi: 1) la necessità per Solidarietà di diventare soggetto di diritto in Tanzania e conseguentemente, 2) dotarsi di una struttura organizzativa efficiente sia in Italia che in Tanzania.

Tante sono le cose da fare e da organizzare e paradossalmente proprio nel momento in cui abbiamo risorse per arrivare in fondo corriamo il più grosso rischio di fallimento ma è anche per questo maggiore la determinazione nel proseguire lungo la strada tracciata da Monari con la consapevolezza che se prima Solidarietà, ed in particolare il progetto idroelettrico integrato, camminavano con le gambe di Monari, in futuro dovranno riuscire a camminare con le proprie gambe.

Tutte queste considerazioni ci hanno fatto trascorrere il pomeriggio ed è ormai ora di andare a rinfrescarsi e riposarsi un poco dopo le ore trascorse in Toyota (decisamente meno confortevole della nostra nonostante quella della Cagliero Secondary School messa a disposizione dal Vescovo di Iringa sia probabilmente più nuova e certamente meno scassata della nostra)

Alle sette ci ritroviamo per andare a cena in centro a Morogoro nello stesso caratteristico ristorante dell'anno scorso per gustare un "Mambo Iote" nome esotico (swahili) che significa "tutti i gusti", bocconcini di carne di manzo e di pollo assieme a peperoni, cipolle e carote servito su una piastra rovente con il contorno di riso, patate fritte e salse rosse dalla dolce elle extra hot!

Concludiamo con un brindisi augurale al nostro progetto con vino sudafricano e rientriamo senza perdermi, con la coda dell'occhio, la vista di una discreta pantegana nera che correva lungo il bordo (esterno) della cucina! E anche questa è Africa! (ma poi i topi ci sono in tutto il mondo no?).

Rientriamo in seminario e andiamo a dormire lasciando padre Salvador a guardarsi la partita Spagna Russia.

lunedì 9 giugno 2008

9 giugno 2008, lunedì. Mwanza

Ore 4:45 sveglia e alle 5:20 partiamo per l'aeroporto dove decolliamo con circa mezzora circa di ritardo per Mwanza dove atterriamo un'ora e un quarto dopo.

Il tempo è buono c'è il sole e una brezza lieve ma costante mantiene la temperatura ottimale. All'uscita viene a prenderci un toyota del Bugando che ci porta all'ospedale.

Qui ci presenta il direttore amministrativo che dopo i convenevoli di rito introduce l'ingegnere capo e il radiologo che conoscemmo già l'anno scorso con i quali andiamo a vedere il padiglione del C.T.Scanner. Il radiologo ci illustra gli spazi appena terminati con atteggiamento molto più amichevole e costruttivo rispetto a come ci aveva trattato l'anno scorso. Valutiamo l'opportunità di utilizzare gli infissi schermati che già abbiamo spedito per i locali tecnici principali, per gli altri li lasciamo decidere come meglio credono. Decidiamo di applicare la pavimentazione anti-statica in quadrotti di pvc sopra quella esistente e di completare la pavimentazione esterna in cemento fino allo spigolo del fabbricato. Definiamo i tempi della operazioni con la spedizione dei continers dello scanner entro settembre per cercare di completare l'assemblaggio entro l'anno. Sarebbe molto bello, ed è possibile riuscirci.

Concluso il sopralluogo tecnico chiedo se è possibile salire sul coperto della torre all'undicesimo piano per scattare alcune foto della città dall'alto.

Il Bugando M.C. è un centro ospedaliero di 840 posti letto (sempre tutti pieni) realizzato negli anni '70 dagli Israeliani con fondi della conferenza episcopale tedesca, nazionalizzato pochi anni dopo dal governo della Tanzania e poi restituito alla Conferenza Episcopale della Tanzania alla fine degli anni '80 dopo un periodo di mala gestione che lo ha ridotto da centro all'avanguardia nel paese a un complesso che neessita di investimenti notevoli per essere riportato ad uno standard operativo accettabile.

Il Bugando M.C. serve un bacino di circa 10 milioni di abitanti.

Per salire all'ultimo piano della torre più alta di due ascensori Otis ancora originali, ne funziona uno solo e l'attesa per tutti, pazienti, medici, inservienti e altri, comprese lettighe, sedie a rotelle arredi e quanto altro è di circa 10 minuti, per poi stiparsi tutti all'interno di una scassatissima cabina. è veramente una situazione insostenibili, eppure qui è la norma.

Arriviamo al 9 livello, da qui in su l'ascensore non c'è e l'accesso alla terrazza avviene da una curiosa sala riunioni alla quale si accede per una scala a chiocciola dove riesco a malapena ad infilarmi io. Incredibile!

Finalmente guadagnamo la terrazza, da dove il panorama su Mwanza è a 360 gradi, peccato solo che ci sia una foschia su tutta la città e sul lago ma è decisamente bello. Scatto le foto e le panoramiche dall'alto e poi ridiscendiamo.

Salutiamo l'ingegnere e il direttore che ci invitano a pranzo se possiamo aspettarli. Ovviamente accettiamo e decidiamo di fare un tour panoramico per Mwanza. Uscendo do un ultimo aguardo al Bugando, qui tra tutti i problemi che ci sono,non hanno quello dei piccioni ma quello dei pellicani! Sono “uccellini” alti circa un metro e sembrano gradire le balaustre e i parapetti in cemento di cui questa struttura è abbobdante, impressionante! La fauna che popola questo enorme complesso è composta anche da enormi corvi che si cibano delle guaine di copertura causando notevoli danni e costringendo la direzione a sormontare gli enormi lastrici con coperture metalliche evidentemente più indigeste infine notiamo un lucertolone lungo una ventina di centimetri colorato di viola e rosso.

Usciamo dal posto di controllo presidiato dai soliti custodi armati. Asgedom ci guida al cippo che ricorda il naufragio di un traghetto dove circa 400 persone morirono inghiottite dalle acque del lago Victoria che si trova in una bellissima posizione panoramica dalla quale si può apprezzare l'estensione del lago.

Riprendiamo la strada verso il Telapia, il ristorante dove abbiamo l'appuntamento, quello sulla riva del lago di fronte alla città dove siamo già stati l'anno scorso. Ci sediamo e aspettiamo i nostri amici godendo il panorama, sorseggiando una Serengeti con un antipastino di finger fish, filettni di pesce fritti da mangiare con le mani assieme ad una salsa di verdura e maionese.

Apriamo la carta telefonica per Gianfranco e poi chiamo Manuela. Arrivano i nostri amici e ordiniamo pesce alla griglia (il telapia appunto) pescato nel lago e servito con verdure lessate, cipolla fritta, patate fritte e la salsa simile alla maionese. Asgedom tiene manco parlando con gli amici del Bugando in un curioso susseguirsi di frasi in swahili e in inglese che mi permette appena di seguire i discorsi. Il pranzo trascorre chiacchierando del più e del meno, dalla politica internazionale al cercare di indovinare l'età dei nostri amici (vanitosi!).

Concludiamo con un piatto di frutta mista composto da buonissimo e dolcissimo ananas locale, le altrettanto dolci banane africane, cocomero e mango.

Salutiamo i nostri amici dopo avere insistito per pagare il conto di poco più di 9 euro a testa. Prima di alzarci Mario mi fa vedere il bigliettino che una delle due belle ragazze africane che si erano sedute dietro di noi gli a fatto avere per il tramite della cameriera. Nel biglietto c'è il numero di telefono con la richiesta di essere chiamata per favore, scritta in italiano, è ovvio il motivo della richiesta.

Intanto è arrivato il nostro autista che ci porta all'aeroporto dove arriviamo con un poco di anticipo che spendiamo all'”airport cafeteria” il classico localetto africano dove beviamo un sorso di acqua gelata prima di fare il check-in.

L'aeroporto di Mwanza non è cambiato di molto e la sala di attesa è rimasta uguale, ad eccezione del mobile per il televisore, il controsoffitto è sempre lo stesso in pannelli inchiodati e verniciati macchiati e gonfi per l'umidità e le perdite, anche l'impianto di condizionamento non è cambiato: sono sempre gli stessi ventilatori da tavolo fissati al soffitto; hanno invece attrezzato un piccolo chioschetto per la immancabile rivendita delle carte telefoniche.

Si decolla per Dar via Kilimanjaro ma anche questa volta non riesco a vedere la Montagna d'africa.

Volo tranquillo, siamo al Kurasini alle 20:30 circa. Cerchiamo di incontrare il vescovo di Iringa per presentare il progetto della Cagliero High School.

Lo troviamo al sotto il pergolato con i suoi "colleghi" ma appena ci vede ci viene incontro. Era stato avvisato che avevamo bisogno di incontrarlo e siccome fino ad ora non c'era stata l'occasione l'uomo è probabilmente piuttosto curioso. Ci saluta fraternamente come sempre e dopo in breve preambolo Gianfranco introduce gli argomenti principali: 1) la sua richiesta per Usokami e 2) il progetto della Cagliero High School. Del primo argomento avranno modo di discutere più avanti dato che Gianfranco si ferma fino al 30 e quindi brevemente passo ad illustrare a Mons. Tarcisius il progetto che abbiano preparato assieme a Manuela e a Elisa nelle ultime settimane prima della partenza.

Direi che l'effetto sorpresa è pienamente riuscito, il vescovo forse si aspettava qualcosa a proposito della scuola ma evidentemente non un lavoro così completo: rimane praticamente senza parole (che per un africano è in generale cosa piuttosto rara). La reazione è di evidente approvazione e sorpresa, anche se non dubito che a mente fredda troverà certamente qualche variazione che peraltro, trattandosi di un progetto di massima, è comunque prevedibile. Quindi passiamo subito a ragionare di come realizzarla (ci dice di avere già 42 ragazze iscritte alla scuola!). E per questo ci "suggerisce" di organizzarci per andare direttamente a Maguta dopo la sosta a Morogoro e di passare da Iringa nel ritorno prendendo appuntamento con il suo segretario Padre Wissa per fare un sopralluogo nella giornata di venerdi. Cosi potremmo passare la notte a Iringa per partire di lì sabato mattina alla volta di Dar Es Salaam. Quindi cambiamo il piano di viaggio: domani passeremo la mattina, dopo avere salutato il Vescovo di Iringa a colazione, tra l'incontro con l'addetta alla cooperazione italiana presso l'ambasciata, la banca e gli ultimi acquisti.

Per oggi direi che può bastare, è stata una giornata lunga ma certamente proficua.

Salgo in camera, mando un messaggio di buona notte a Manu e Sofia (che vorrei tanto fossero qui) e me ne vado a letto dopo una doccia ristoretrice e la scrittura di queste note.

domenica 8 giugno 2008

8 giugno 2008, domenica. La festa

Colazione alle 8 dove troviamo John Asgedom. Scambiamo due chiacchiere sui nostri progetti e John propone per martedì un incontro con la responsabile della cooperazione alla ambasciata italiana per valutare la possibilità di accreditare la nostra N.G.O. presso il governo della Tanzania.

Finita la colazione ci facciamo accompagnare dell'autista alle celebrazioni del giubileo della T.E.C.

Le indicazioni raccolte non sono però evidentemente precisissime infatti chiediamo ad un ragazzo per strada che si offre di accompagnarci.

Ci guida in una chiesa in mezzo ad un quartiere popolare dove arriviamo assieme alla banda. C'è festa grande, molta gente, un gran fermento e canti e musica. Consegnamo gli inviti ad un gentile anfitrione che ci chiede di completarli con i nomi e il paese di provenienza, poi ci accompagna praticamente in prima fila.

Certamente essere gli unici "visi pallidi" in mezzo a tutte queste persone "colorate" mi mette non a disagio ma ci si rende conto di essere osservati. Pensando a tutte le questioni italiane sugli stranieri, penso anche che sarebbe utile per molti di questi sentirsi "stranieri" ogni tanto.

Ma la sorpresa è che ci hanno accolto con tutti gli onori ma nel posto sbagliato! Siamo finiti alla chiesa luterana dove stavano celebrando la inaugurazione del nuovo ostello; a questo punto non possiamo fare altro che ringraziare per l'accoglienza, salutare e ripartire alla ricerca del posto giusto. Lo troviamo sempre guidati dal nostro amico, entriamo al Msimbazi Centre dove effettivamente troviamo una atmosfera degna di un giubileo.

Sotto un ampio porticato decorato di bianco e giallo, stanno allestendo la sede dei celebranti (tutti i vescovi della Tanzania) e sotto grandi tendoni sempre decorati con fiori e drappi gialli e bianchi disposti sui restanti tre lati del piazzale antistante il porticato, sono sistemati il coro, gli ospiti, i bambini e le autorità.

Ci sistemano nella zona riservata alle autorità. Infatti dopo poco a arriva un corteo di auto diplomatiche con scorta che si siede proprio davanti a noi lasciando intravedere tutto l'arsenale; è il primo ministro di Tanzania.

I canti e i balli dei bambini sono bellissimi allegri e coloriti e proseguiranno per tutta la messa rallegrandola e rendendo la cerimonia veramente coinvolgente.

Finita la cerimonia rientriamo al Kurasini per il pranzo.

Oggi si mangia all'aperto, sotto le stuoie del bar, rinfrescati da una leggera brezza: riso, spezzatino di manzo in umido con patate e coca cola. Siccome oggi sono tutti al giubileo si paga il pranzo per la bella cifra di 17000 TSh equivalente a circa 9 euro ... per quattro persone!

Dopo pranzo una piccola sosta poi riprendiamo la macchina e accompagnati dall'autista e da un altro amico andiamo in centro a Dar.

Entriamo in città per parcheggiare alla cattedrale di St. Joseph e infiliamo diritti un senso vietato proprio sotto gli occhi della polizia che ovviamente non si lascia sfuggire l'occasione per strigliare e fare due amichevoli chiacchiere con il nostro autista, alla fine se la cava con una stretta di mano e un caloroso saluto e l'invito a tornare indietro. Parcheggiamo nel cortile della cattedrale e facciamo due passi lungo la strada principale del centro di Dar che essendo domenica è piuttosto deserto. Strada e urbanizzazioni sono in stile africano piuttosto approssimative gente varia e custodi rilassati. L'architettura di Dar è decisamente varia e si va dagli edifici in stile tedesco della stazione e della corte d'appello ai grandi edifici governativi in stile modernista e internazionale in cemento che dimostrano l'usura del tempo fino ad arrivare all'edificio postmoderno internazionale dell'autorità portuale fino ai moderni edifici in cristallo degli alberghi internazionali, poi uscendo si trovano prima i vecchi quartieri residenziali e popolari ancora di impronta coloniale tedesca e continuando gli slum ultra popolari fatti casette in mattoni cotti al sole con tetti in lamiera separate da vicoli dove a volte due persone faticano ad incrociarsi a piedi e contornati da mercatini più o meno improvvisati dove c'è di tutto. Su tutto sono visibilmente spalmati i colori delle compagnie telefoniche come che la città fosse diventata il supporto indifferenziato per la comunicazione pubblicitarie.

Concludiamo la passeggiata al Kilimanjaro Hotel che pare una oasi in mezzo al tranquillo caos ed alla approssimazione della Dar domenicale. Pensandoci meglio però credo che sia più appropriato definirla una stonatura più che un'oasi, anche se la stonatura di solito e riferita ad una armonia, ma in questo caso si tratta si potrebbe parlare di una nota pop in un coro folk. Certamente Dar è una metropoli che necessita di molti sforzi e risorse per raggiungere gli standard occidentali. Se è vero che le città sono lo specchio della società che le realizza, qui la strada è molto lunga e gli interventi analoghi al Kilimanjaro o al Movenpik non credo che siano di aiuto allo sviluppo urbanistico e sociale della città e restano entità isolate, anche perché è forse proprio questa la logica con la quale vengono progettati e realizzati.

Usciamo sulla strada che fronteggia il porto dove aspettiamo che il nostro autista venga a prenderci.

Rientriamo al Kurasini per la cena.

Cena all'aperto con grigliata di carne, manzo e pollo, riso, patate fritte e spezzatino in umido.

Dopo la cena inaspettatamente (per chi come noi non aveva prestato attenzione al programma) prosegue la festa con canti e balli dalle diverse diocesi della Tanzania alternati dai Rafiki Group che rappano e cantano in chiave Back Street Boys canti religiosi in swahili con un effetto alla fine piacevole e poi acrobazie e saltimbanchi molto bello veramente una sorpresa.

Ore 22 si va a letto domattina appuntamento alle 5 per Mwanza.

sabato 7 giugno 2008

7 giugno 2008, sabato. Partenza

6:50

partenza da Bologna con KLM con mezz'oretta di ritardo.

Il maltempo della serata è diminuito, non piove ma è molto nuvoloso. Volo tranquillo e veloce siamo ad Amsterdam con un ritardo di soli 15'.

Transito veloce a Schiphol alle 10:10 siamo già seduti ai nostri posti per il volo verso Dar Es Salaam via Kilimanjaro.

Volo tranquillo, dopo 8 ore circa facciamo scalo a Kilimanjaro dove l'aereo si vuota. Ripartiamo e dopo 45' di volo in perfetto orario siamo a Julius Nyerere International Airport di Dar Es Salaam.

L'Africa nera è un altro mondo e si presenta immediatamente fuori dall'aereo, già all'interno del tunnel ti colpiscono gli effluvi africani, un misto tra spezie orientali quasi indiane che proviene dalle cucine dei bar e delle tavole calde edei banchetti onnipresenti e l'odore del diesel che soffoca queste città tra auto camion fuoristrada e generatori.

Sbrighiamo velocemente le formalità doganali e recuperiamo le nostre valige.

Fuori ci aspetta Mario, entusiasta come sempre, accompagnato dall'autista che questa volta è l'autista della Cagliero High School di Iringa.

Dopo i calorosi saluti, appena saliti sul toyota verde oliva telefono a Manu e Sofia che mi pare stiano bene ma che nonostante io sia appena partito per un viaggio comunque piuttosto breve mi mancano già moltissimo. è la cosa che più mi dispiace di questi miei viaggi in Africa: farli senza di loro.

Nonostante il viaggio sia filato via liscio 18 ore di viaggio delle quali quasi 10 di volo, la stanchezza si fa sentire. Mario ci annuncia trionfante che nonostante il pienone dovuto allo svolgimento della conferenza episcopale di Tanzania e grazie ai suoi buoni uffici ed amicizie è riuscito a trovarci una sistemazione al Kurasini Centre (il centro di formazione e accoglienza della T.E.C.).

Il presidente è visibilmente stanco e anche io lo sono, ma decidiamo comunque di bere una cosa insieme al bar anche per vedere se riusciamo a salutare monsignor Tarcisius. Lo incontriamo nel giardino, anzi è lui a riconoscere noi e a venirci in contro salutandoci fraternamente ed invitandoci alla festa che ci sarà domani in occasione della celebrazione dei 50 anni della Conferenza Episcopale della Tanzania (per la quale Mario ci aveva già procurato gli inviti).

A questo punto saliamo nelle camere per il meritato riposo dandoci appuntamento per la colazione di domani mattina.

Buona notte.

6 giugno 2008, venerdì. Antefatto

ore 19 circa: non esce più acqua dai rubinetti! E non abbiamo neppure una bottiglia di acqua da bere, fuori invece di acqua invece cen'è. Molta. Sofia si addormenta tranquillamente. Alle 2 mi chiama per una coccola, sento il rumore dell'acqua nei tubi. Meno male, riesco a farmi una doccia prima di partire.

Pensavo che avrei dovuto finire per farmi la doccia in africa.